I carcerati politici degli Stati Uniti
Stati Uniti, molto preoccupato in trasformare in patrioti a reclusi comuni cubani mediante una campagna mediatica mondiale, risulta un evidente ignaro dei diritti umani dei carcerati politici che stanno nei suoi carceri.
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Prensa Latina
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Stati Uniti, molto preoccupato in trasformare in patrioti a reclusi comuni cubani mediante una campagna mediatica mondiale, risulta un evidente ignaro dei diritti umani dei carcerati politici che stanno nei suoi carceri.

Milioni di parole si sono iscritti o pronunciate in molto breve tempo nei mezzi di diffusione controllati per Washington per appoggiare quell'assalto contro Cuba sulla quale partecipano i settori più conservatori latinoamericani ed europei. 

È risultato molto difficile agli organizzatori di tale campagna convincere del carattere patriottico di elementi che si schiantano di una società basata nella giustizia sociale per allinearsi per interesse economico con chi vogliono distruggerla. 

Ma, inoltre, è troppo conosciuto il trattamento ricevuto per veri sanzionati politici negli Stati Uniti imprigionati per cause relazionate con la lotta contro la disuguaglianza, lo sfruttamento, il terrorismo o l'oppressione. 

Casi emblematici sono, per esempio, quelli degli statunitensi Mumia Abu-Jamal e Leonard Peltier, il primo con una pena di morte ancora non eseguita, ma che è rimasto sulla sua testa per 27 anni in una cella di isolamento ed il secondo condannato a due ergastoli per la falsa accusa di dare morte a due agenti del FBI. 

Abu-Jamal, giornalista ed ex militante del movimento Pantere Nere, denuncia continuamente quasi “al piede della forca” le infraumane condizioni carcerarie che vive ed anche Peltier, con gravi e dolorosi problemi di salute, li soffre e non conosce della clemenza. 

E che dire delle notizie diffuse sull'arrivo a Georgia e Svizzera di un gruppo di cinque uomini chi sono stati sequestrati e per otto anni, hanno sofferto tortura e prigione nel carcere di Guantánamo, liberati ora senza accusa né giudizio per essere innocenti. 

In quella reietta installazione rimangono ancora altre 183 persone, alle quali non si è potuto provare delitto alcuno e hanno visto correre una decada delle sue vite isolati dal resto del mondo e senza diritto legale alcuno per decisione espressa del governo nordamericano. 

Uguale si trova il gruppo di una decina di indipendentisti portoricani condannati fino a 105 anni di privazione di libertà, con denunce di visite restrette delle sue famiglie, incomunicabilità tra loro e negative fino a di assistere alla funzione funebre di un parente. 

Carcerati politici sono, senza dubbi, i cinque antiterroristi cubani che hanno ricevuto sproporzionate pene di carcere per infiltrare ai gruppi violenti di origine cubana radicati nella Florida, precisamente per evitare azioni terroristiche contro il suo paese. 

Antonio Guerrero, René González, Fernando González, Ramón Labañino e Gerardo Hernández soffrono non solo quelle ingiuste sanzioni, bensì la crudeltà di ostacolare per 11 anni ad un uomo la visita di sua moglie ed ad un altro durante vari anni almeno vedere sua figlia. 

La storia di questi uomini nelle prigioni statunitensi passa per reclusioni solitarie durante lunghi periodi di tempo, collocazione in lontani centri penitenziari di distinti stati e giudizi pieni di illegalità con limitazioni alla sua difesa. 

Di niente hanno servito le petizioni di 10 Premi Nóbel e centinaia di personalità politiche e culturali, organizzazioni di diritti umani, congressi e governi di diversi paesi e fino a sentenze di agenzie dell'ONU che hanno dichiarato arbitrarie la sua detenzione e giudizio. 

In questo caso hanno pesato più nelle amministrazioni statunitensi i sentimenti di rancore verso una Cuba indipendente che i richiami provenienti di tutto il mondo per la liberazione dei Cinque. 

Questo mazzolino di esempi mette in crisi ogni tentativo di un accusatore senza morale di presentare alla nazione caraibica violentatrice di diritti umani che rispetta scrupolosamente.