Quando nel suo allegato di autodifesa /La storia mi assolverà/, Fidel espone con totale obiettività, tra l’altro, il bruciante problema della terra, aveva già chiaro che il tema non si sarebbe risolto solamente con l’eliminazione del latifondo e assegnando le terre «a quei cinquecentomila operai del campo che abitano in miserabili capanne, che lavorano quattro mesi l’anno e soffrono la fame il resto del tempo…» o «i centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro …».
Della morte non scriverò una parola. Mi rifiuto di parlare di quello che non è reale.
È tanto relativo questo (denominato) «ultimo addio» quando si tratta di esseri divinamente umani o umanamente divini, con polmoni adatti per far sì che intere generazioni respirino aria pura «per i secoli dei secoli»…
A 30 anni da quando i nostri ultimi internazionalisti tornarono dall’Angola, mi convinco sempre più che, oltre che militare, la vittoria sul Sudafrica e i suoi alleati è stata una vittoria profondamente umana.
Migliaia di testimoni e di protagonisti hanno potuto scrivere libri interi o rimanere per ore a rivivere momenti trascendentali durante azioni e combattimenti nello spazio di quindici anni.
Davanti agli occhi c’è l’altruismo di Quifangondo, Cabinda, Ebo, Sumbe,
Cangamba, Cuito Cuanavale, Calueque, centinaia di carovane e altri