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Sotto il sole implacabile del tropico, una lingua di roccia e terra usurpa il mare con testardaggine. Non è un fenomeno naturale, ma è l’impronta indelebile di una visione audace del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.
Quello che allora alcuni accusarono di pazzia o capriccio si è rivelato una strategia geniale per lo sviluppo turistico, trasformando una regione dimenticata, inospitale e bella in una destinazione di sole e spiaggia, riferimento mondiale per la sua bellezza.
Quando Fidel Castro Ruz giunse nelle strade de l’Avana Galiano e San Lázaro, durante il momento più rovente dei disturbi manifestati il 5 agosto del 1994, il segno di quella giornata violenta cambiò e si ritornò alla pace abituale.
La figura del Comandante in Capo sembrava quasi leggendaria, all’altezza del guerriero che apparteneva a racconto di Julio Cortázar Tema per un arazzo, capace di spaventare con la sua presenza un esercito di migliaia.
Sotto il sole implacabile del tropico, una lingua di roccia e terra usurpa il mare con testardaggine. Non è un fenomeno naturale, ma è l’impronta indelebile di una visione audace del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.
Quello che allora alcuni accusarono di pazzia o capriccio si è rivelato una strategia geniale per lo sviluppo turistico, trasformando una regione dimenticata, inospitale e bella in una destinazione di sole e spiaggia, riferimento mondiale per la sua bellezza.
Quando nel suo allegato di autodifesa /La storia mi assolverà/, Fidel espone con totale obiettività, tra l’altro, il bruciante problema della terra, aveva già chiaro che il tema non si sarebbe risolto solamente con l’eliminazione del latifondo e assegnando le terre «a quei cinquecentomila operai del campo che abitano in miserabili capanne, che lavorano quattro mesi l’anno e soffrono la fame il resto del tempo…» o «i centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro …».
Quando Fidel Castro Ruz giunse nelle strade de l’Avana Galiano e San Lázaro, durante il momento più rovente dei disturbi manifestati il 5 agosto del 1994, il segno di quella giornata violenta cambiò e si ritornò alla pace abituale.
La figura del Comandante in Capo sembrava quasi leggendaria, all’altezza del guerriero che apparteneva a racconto di Julio Cortázar Tema per un arazzo, capace di spaventare con la sua presenza un esercito di migliaia.
Quando Fidel Castro Ruz giunse nelle strade de l’Avana Galiano e San Lázaro, durante il momento più rovente dei disturbi manifestati il 5 agosto del 1994, il segno di quella giornata violenta cambiò e si ritornò alla pace abituale.
La figura del Comandante in Capo sembrava quasi leggendaria, all’altezza del guerriero che apparteneva a racconto di Julio Cortázar Tema per un arazzo, capace di spaventare con la sua presenza un esercito di migliaia.
La causa palestinese fu una causa di Fidel. Che le dedicò, dallo stesso principio della Rivoluzione trionfante, sforzi e solidarietà,espressi in Cuba, in forum internazionali, e al più alto livello nel quale il nostro paese alzò la sua voce.
Il 12 ottobre del 1979, il Comandante in Capo pronunciò un discorso nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel quale informò sugli accordi adottati nella Sesta Conferenza dei Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati, realizzata in quei giorni nella capitale cubana.
Quando nel suo allegato di autodifesa /La storia mi assolverà/, Fidel espone con totale obiettività, tra l’altro, il bruciante problema della terra, aveva già chiaro che il tema non si sarebbe risolto solamente con l’eliminazione del latifondo e assegnando le terre «a quei cinquecentomila operai del campo che abitano in miserabili capanne, che lavorano quattro mesi l’anno e soffrono la fame il resto del tempo…» o «i centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro …».
Un martiano come lui sapeva che per essere liberi si doveva essere colti e che la cultura era uno dei nomi della felicità che la Rivoluzione desiderava per il suo popolo
La cultura, nel suo più ampio concetto, fu un’ossessione permanente per Fidel, una convinzione del ruolo cruciale che aveva nella trasformazione d’una società che si inaugurava in Rivoluzione. Senza cultura, disse «non c’è libertà possibile».
La causa palestinese fu una causa di Fidel. Che le dedicò, dallo stesso principio della Rivoluzione trionfante, sforzi e solidarietà,espressi in Cuba, in forum internazionali, e al più alto livello nel quale il nostro paese alzò la sua voce.
Il 12 ottobre del 1979, il Comandante in Capo pronunciò un discorso nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel quale informò sugli accordi adottati nella Sesta Conferenza dei Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati, realizzata in quei giorni nella capitale cubana.
Quando nel suo allegato di autodifesa /La storia mi assolverà/, Fidel espone con totale obiettività, tra l’altro, il bruciante problema della terra, aveva già chiaro che il tema non si sarebbe risolto solamente con l’eliminazione del latifondo e assegnando le terre «a quei cinquecentomila operai del campo che abitano in miserabili capanne, che lavorano quattro mesi l’anno e soffrono la fame il resto del tempo…» o «i centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non è loro …».
Dotato di un’impressionante capacità di guardare il domani come un fatto immediato e con la fiducia illimitata nelle possibilità dell’essere umano di trasformare in realtà il sogno più utopico, scommise sullo sviluppo dell’industria biotecnologica in Cuba